Il Tribunale di Cuneo si è pronunciato in merito alla disciplina applicabile ai rapporti di conto corrente in essere al momento della modifica dell’articolo 120 tub ad opera della L. 147/2013 e prima della delibera Cicr del 3 agosto 2016.

Nella specie, un’associazione dei consumatori proponeva ricorso avverso un noto istituto bancario, onde conseguire una declaratoria di accertamento dell’illegittimità dell’anatocismo nei rapporti bancari sul presupposto che la formulazione dell’art. 120, comma 2 TUB, così come novellato dalla L. 147/2013, avesse introdotto il divieto di capitalizzazione degli interessi. L’attrice domandava pertanto la restituzione dei suddetti interessi anatocistici e/o il ricalcolo del saldo dei conti con la loro eliminazione.

L’attrice richiedeva, altresì, che fosse inibita alla banca convenuta ogni forma di capitalizzazione degli interessi passivi maturati nell’ambito di tali contratti di conto corrente o, comunque, l’applicazione di interessi anatocistici e, in ogni caso, che fosse inibita la diffusione, l’utilizzo e l’applicazione delle clausole contrattuali ed economiche, che prevedevano l’applicazione di interessi anatocistici.

Si costituiva in giudizio la banca chiedendo il rigetto delle domande proposte da parte attrice. Affermava la resistente che l’art. 120, secondo comma del TUB, non ha carattere precettivo immediato, ma si limita ad “ impartire un comando al Cicr” senza alcun effetto sui rapporti bancari fintanto che, per effetto dell’intervento di quest’ultimo, il “disposto normativo non si perfezioni, così divenendo applicabile”.

La Banca, evidenziava, inoltre, che il “divieto di capitalizzazione degli interessi nei contratti bancari”, ove ritenuto vigente, si sarebbe posto in contrasto con le norme del diritto comunitario, sia perché è pratica comune nell’unione sia perché avrebbe creato alcuni problemi alla libertà di stabilimento e di prestazione dei servizi, affermandone, inoltre, l’incostituzionalità per disparità di trattamento.

Il Tribunale di Cuneo, chiamato a decidere sul caso, ha evidenziato che “il testo dell’art. 120, comma secondo, T.U.B., come novellato dall’art. 1, comma 629, della legge n. 147/13 con effetto dal 1 gennaio 2014 , diversamente da quanto affermato dall’Associazione ricorrente, non abbia affatto introdotto un generalizzato divieto di capitalizzazione degli interessi debitori ( …) appare evidente che il legislatore abbia inteso non già escludere, in assoluto qualsivoglia ipotesi di capitalizzazione degli interessi debitori ma che abbia meramente inteso escludere che gli interessi debitori, ai fini della produzione di ulteriori interessi debitori possano essere imputati a capitale per più di una volta”.

Il giudice ha poi proseguito affermando che la delibera CICR 9 febbraio 2000 ha continuato a trovare applicazione ed a regolare la materia, fino alla sua sostituzione con la delibera CICR del 3/8/2016. Ciò grazie all’art. 161 TUB “norma dettata proprio per evitare lacune di disciplina nell’ambito di un settore, quale quello dei rapporti bancari, che, in ragione della sua complessità, richiede l’adozione di norme attuative ad opera di soggetti altamente specializzati”. Si osservava, inoltre, che l’art. 120, comma 2, TUB, era privo di qualsiasi indicazione circa le modalità ed i criteri per regolare i tempi e modalità del pagamento degli interessi, nelle diverse tipologie di contratti bancari, cosicché gli istituti di credito non avrebbero avuto alcun parametro per regolare la capitalizzazione degli interessi.

Infine, il giudice evidenziava l’infondatezza della censura avversaria per cui le clausole anatocistiche avrebbero natura vessatoria in quanto comporterebbero un grave squilibrio tra i diritti e gli obblighi nei rapporti tra banca e correntista. Sul punto, il Tribunale Piemontese evidenziava che, stante la pari periodicità di capitalizzazione degli interessi, nessuno squilibrio è presente sul piano normativo. In secondo luogo, il giudice ricordava che “la valutazione del carattere vessatorio della clausola non attiene alla determinazione dell’oggetto del contratto né all’adeguatezza del corrispettivo dei beni e dei servizi purché tali elementi siano individuati  in modo chiaro e comprensibile”.

Il Tribunale di Cuneo rigettava così respingeva il ricorso e compensava le spese di lite.

Tribunale di Cuneo, ordinanza del 1° agosto 2017

Valentina Vitali – v.vitali@lascalaw.com

Articolo pubblicato su Iusletter il 12 settembre 2017

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