Perché la mediazione possa dirsi concretamente esperita, secondo il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, le parti, oltre a comparire personalmente, devono effettuare un tentativo di mediazione vero e proprio.

Secondo il magistrato, nel caso di specie, la mediazione non è stata correttamente svolta, in quanto “le parti non risultano essere entrate nel discorso conciliativo”.

Dopo la parentesi della mediazione delegata veniva prodotto, agli atti del giudizio, il verbale negativo di mediazione, nel quale il mediatore dava atto della presenza delle parti e dei difensori, dell’invito a esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura e della dichiarazione delle parti.

Tuttavia, proprio il verbale, secondo il giudice, tradisce chiaramente il mancato effettivo svolgimento della procedura conciliativa.

La parte invitata testualmente dichiarava che «non vi sono i presupposti per attivare la procedura di mediazione», mentre la parte istante, testualmente, affermava «prende atto della mancata volontà di attivare la procedura di mediazione».

Ebbene, per il giudice, la procedura, così come si è in concreto svolta, non è idonea a soddisfare la condizione di procedibilità prevista dalla legge.

Precisamente, nell’ordinanza resa lo scorso 4 aprile, il magistrato sottolinea che “tenendo presente, invece, lo scopo dell’istituto, anche alla luce del contesto europeo in cui — come si è detto — si inserisce, non può ritenersi che alle parti sia consentito presenziare sic et simpliciter manifestando che non è loro reale intenzione addivenire a un accordo, restando ferme sulle rispettive posizioni e attendendo il verbale negativo grazie al quale poter-finalmente sfogare in giudizio le proprie pretese. La loro effettiva presenza nel procedimento di mediazione e l’effettivo avvio di un sostanziale tentativo di mediazione ha lo scopo di riattivare la comunicazione tra persone in lite, al fine di renderle in grado di verificare la possibilità di una soluzione concordata del conflitto; ritenere che la condizione di procedibilità sia assolta dopo un primo incontro in cui il mediatore si limiti a chiarire alle parti la funzione e le modalità di svolgimento della mediazione (funzione, peraltro, che dovrebbe essere già stata svolta dagli avvocati prima dell’avvio della procedura) vorrebbe significare che giudice, mediatore e difensori altro ruolo non svolgono che quello di recepire passivamente l’atteggiamento delle parti, limitandosi a registrarlo senza effetto alcuno e a descriverlo in verbali senza alcuna finalità realmente conciliativa.”

Aggiunge, poi, il Tribunale come “non può risolversi la funzione del mediatore nel chiedere alle parti se vogliono procedere, poiché il legislatore non ha detto che egli deve verificare la “volontà” delle parti e dei procuratori, ma invitarli a esprimersi sulla “possibilità” di iniziare la procedura di mediazione, aggiungendo che procede con lo svolgimento non “se le parti vogliono”, ma “nel caso positivo” della svolta verifica“.

Ad avviso del giudicante, pertanto, nel caso di specie, il verbale negativo di conciliazione denota chiaramente come non sia stata neppure tentata una vera e propria mediazione.

La conseguenza è che le parti sono state nuovamente “rimandate” in mediazione, delegata per la seconda volta.

Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, ordinanza del 6 aprile 2018

Paola Maccarrone – p.maccarrone@lascalaw.com

Articolo pubblicato su Iusletter il 9 maggio 2018

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