La responsabilità solidale del cessionario di azienda per debiti tributari è limitata a quelli risultanti all’amministrazione finanziaria alla data del trasferimento dell’azienda.

Questo è quanto si evince dalla pronuncia del 13 luglio 2017 della Corte di Cassazione con cui viene data una diversa lettura dell’art. 14 del D. Lgs. n. 472 del 1997 rispetto a quelle fornite da precedenti pronunce della medesima Corte, da cui l’ultimo collegio giudicante “consapevolmente dissente”.

Nel caso di specie, l’Agenzia delle entrate aveva proposto ricorso avverso la decisione della CTR Lombardia che – (confermando la sentenza di primo grado) – aveva annullato una serie di avvisi di accertamento, nonché le successive cartelle di pagamento, Irpeg, Irap e sanzioni per gli anni di imposta 2001 e 2002 perché la verifica fiscale era stata eseguita nel dicembre del 2002 e, quindi in epoca successiva alla cessione dell’azienda, intervenuta nel marzo 2002. Secondo la CTR, infatti, dall’art. 14.2 “si desume che per il riconoscimento della responsabilità solidale occorre che al momento della cessione sia già aperta presso l’Ufficio interessato una procedura di verifica o di accertamento, ovvero che agli atti dell’Ufficio risulti comunque già concreto e preciso il debito fiscale della cedente“.

Più in particolare, l’Agenzia aveva impugnato la predetta decisione denunciando la violazione e la falsa applicazione della norma richiamata, in quanto secondo la prospettazione della ricorrente l’inciso “alla data del trasferimento” contenuto nell’articolo 14.2 “non si riferisce all’ipotesi in cui al momento della cessione risulti già avviata una verifica presso l’Amministrazione finanziaria, quanto alla corrispondenza temporale tra i dati acquisiti e l’ammontare dei debiti risultanti a carico del cedente” tale per cui il cessionario non potrebbe essere chiamato a rispondere per debiti di importo superiore a quelli che secondo il Fisco esistevano in capo alla cedente alla data del trasferimento.

Dopo aver richiamato il motivo di impugnazione, i giudici della V Sezione, procedono quindi ad un esame in combinato disposto della normativa tributaria e civilistica rilevante in tema i cessioni di azienda, da cui emerge una lettura dell’art. 14 volta a mitigare gli effetti di una “responsabilità solidale molto più ampia ed afflittiva” rispetto a quella civile di cui all’art. 2560 Cod. Civ., attesa la non applicabilità del criterio limitativo della responsabilità del cessionario ivi previsto, con riferimento alla evidenze dei libri contabili, derivando infatti da violazioni tributarie e dunque non conoscibili dal cessionario.

Sulla scorta di questa chiave di lettura, secondo la suprema Corte va quindi affermato il principio di diritto per cui “l’articolo 14, commi 1, 2 e 3, del Dlgs n. 472 del 1997, che riguarda la cessione di azienda conforme a legge, è norma speciale rispetto all’articolo 2560, comma 2, c.c., che, per evitare che sia dispersa la garanzia patrimoniale del contribuente in pregiudizio dell’interesse pubblico, estende la responsabilità solidale e sussidiaria del concessionario anche alle imposte e alle sanzioni riferibili alle violazioni commesse dal cedente nell’anno in cui è avvenuta la cessione e nei due precedenti, nonché alle imposte ed alle sanzioni già irrogate e contestate nel medesimo periodo, anche se riferite a violazioni commesse in epoca anteriore, sempre che risultino dagli atti dell’Ufficio”.

A giudizio del collegio di legittimità, tale ermeneutica sarebbe inoltre avvalorata dalla introduzione della possibilità del cessionario di richiedere  all’Amministrazione il rilascio di un certificato dei c.d. “carichi pendenti” e cioè di uno strumento “atto a rafforzare la posizione del cessionario sul piano della conoscibilità debitoria”, consentendogli di conoscere dell’esistenza di contestazioni in corso e di quelle già definite per le quali i debiti non sono stati ancora onorati dal cedente.

In argomento, la Cassazione precisa però come la mancata presentazione di una siffatta richiesta del cessionario, non comporta un’estensione della sua responsabilità, ma gli impedisce di avvalersi dell’eventuale effetto liberatorio anticipato conseguente al rilascio di un certificato negativo o tardivo.

Sulla base di tutto quanto sopra e rilevato nello specifico come la verifica di accertamento tributario fosse stata eseguita nel dicembre 2002, e cioè in epoca successiva alla cessione dell’azienda, e che non era stato provato che già alla data del trasferimento di azienda agli atti dell’Ufficio risultasse la debitoria fiscale trasfusa nell’accertamento, la Corte di Cassazione ha quindi rigettato il ricorso dell’Agenzia delle Entrate.

Cass., Sez. V Civ., 13 luglio 2017, n. 17264

Giada Salvini – g.salvini@lascalaw.com

Articolo pubblicato su Iusletter il 27 luglio 2017

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn