Sul tema (della complessa questione) afferente alla legittimazione passiva del cedente e cessionario del ramo di azienda relativo alla prestazione dei servizi di investimento ha avuto modo di pronunciarsi recentemente la Suprema Corte, ponendo limiti all’applicazione ed interpretazione della volontà contrattuale delle parti.

La vicenda origina dalla citazione in giudizio di due intermediari, per la contestazione legata alla negoziazione di strumenti finanziari: un intermediario è contenuto quale soggetto cui si era sviluppato il rapporto di servizio di investimento e altro intermediario che, nel frattempo, si era reso cessionario del ramo d’azienda del primo.

Il primo grado si conclude con la condanna degli intermediari al pagamento delle perdite patrimoniali lamentato dagli investitori e, in seguito, il cedente il ramo d’azienda conclude “una transazione […] in relazione alla «propria quota di responsabilità»”. L’appello proposto dal cessionario viene accolto e dichiarata la carenza di legittimazione passiva della banca.

La decisione si concentra – per quanto è dato leggere dalla decisione – sulla previsione del contratto di cessione del ramo d’azienda, nel quale si dà conto che «“la venditrice solleva inoltre da responsabilità l’acquirente in ordine ai rapporti ceduti riferita al periodo anteriore alla data di efficacia e, in particolare in via puramente esemplificativa, relativamente alla negoziazione dei titoli di credito …”»; tuttavia gli acquisti si sono verificati in epoca precedente alla cessione del ramo di azienda, rendendo così carente di legittimazione passiva la cessionaria.

La Corte di legittimità non ritiene il percorso argomentativo corretto e delinea, invece, che la decisione resa dalla Corte d’Appello “ha del tutto trascurato – come ha esattamente rilevato il ricorrente – di confrontare la clausola trascritta con i principi del sistema vigente e con le regole di conformazione legislativa della cessione di azienda in generale, di cui al codice civile; come anche, a ben vedere, con le regole destinate a governare nello specifico la cessione delle aziende bancarie, di cui al testo unico bancario”.

Giuridicamente, secondo la Corte Suprema “è il caso di aggiungere che il sistema generale della cessione di azienda contiene, tra le altre, la regola della continuazione automatica dei contratti privi di carattere personale (art. 2558 cod. civ.). E così pure fa la norma specifica alle cessioni bancarie (art. 58 comma 6 TUB)”.

Tuttavia è riconosciuta la possibilità di un patto contrario, come contenuto nel contesto del contratto di cessione, ma ciò suppone l’esistenza di un “patto di deroga”, ma in ogni caso (secondo la Corte di Legittimità) “tale pattuizione non si concorda affatto con la disciplina dettata dalla legge generale (art. 2560, comma 2, cod. civ.) e da quella speciale (art. 58, comma 5, TUB) in punto di responsabilità del cessionario per i preesistenti debiti, che afferiscono all’azienda ceduta”.

Non resta altro che rimettere alla Corte d’Appello la decisione sul motivo di ricorso accolto.

Cass., Sez. VI, 10 febbraio 2020, n. 3071

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

Articolo pubblicato su IusLetter il 12 febbraio 2020

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