Si riaffronta dinnanzi al Tribunale di Milano il tema della responsabilità oggettiva dell’intermediario in relazione ad illeciti posti in essere dal dipendente (promotore finanziario) in danno del cliente (derivante dalla applicazione degli artt. 2049 cod. civ. e 31 TUF).

La tortuosa vicenda che viene posta all’attenzione del Giudice milanese – con il coinvolgimento di diversi soggetti, tra cui la banca con cui l’attrice intratteneva rapporti –  merita attenzione per le valutazioni che il magistrato pone rispetto al comportamento (extraprocessuale e processuale) delle parti e la verosimiglianza delle argomentazioni che le parti portano dinnanzi al Giudice, dando infine quest’ultimo conto della insussistenza di una responsabilità oggettiva della banca visto il comportamento tenuto dalla cliente.

Dopo una “confessione” scritta della dipendente, nonché un patteggiamento in sede penale (della condanna per i delitti di truffa ed utilizzo indebito di carte di credito), l’ammissione di responsabilità viene contestata dalla medesima dipendente, resistendo quest’ultima anche con riguardo alle domande risarcitorie proposte dalla cliente in relazione ad operazioni di investimento poste in essere (relativamente anche alla cessione di partecipazione di società estera da parte della stessa dipendente).

Nondimeno, il Giudice – all’interno del contesto delineatosi anche in sede istruttoria – conferma (solamente) l’esistenza dell’illecito connesso alle sottrazioni periodiche poste in essere dalla dipendente mediante strumenti di pagamento, ma non in relazione agli investimenti operati dalla cliente, tutti confermati in sede istruttoria, valutando il danno nell’importo indicato nella sentenza resa dal Giudice penale ai sensi dell’art. 444 cod. proc. pen..

Fin qui nulla di particolarmente rilevante, se non nella valutazione ultima afferente la responsabilità oggettiva della banca per le condotte ascritte al proprio preposto, giacché il Giudice ne osserva l’insussistenza in quanto “come correttamente sostenuto dalla difesa della banca, la grave condotta imprudente della [cliente] che ha consentito, più o meno consapevolmente, alla [dipendente] di utilizzare per anni e anni le carte a piacimento costituisce gravissimo inadempimento ai rapporti negoziali che legavano la [cliente] alla banca, inadempimento che elide qualsivoglia profilo di responsabilità della banca ex art. 31T.U.F.”.

In definitiva, l’accertamento della responsabilità aquiliano del dipendente non sempre può comportare una responsabilità diretta della banca, dovendosi verificare nello specifico il comportamento che il cliente pone in essere, tanto commissivo quanto omissivo, in termini di esposizione volontaria al rischio o mancanza di verifica dell’andamento del rapporto contrattuale.

Trib. Milano, Sez. VI, 13 gennaio 2020, n. 220

Paolo Francesco Bruno – p.bruno@lascalaw.com

Articolo pubblicato su IusLetter il 5 febbraio 2020

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